08/06/2010 - Nella sessione sulle Adr, coordinata dal Cnf in occasione della Terza Conferenza dei giuristi dell’EuroMediterraneo sono emersi i limiti e le opportunità del sistema di soluzione alternativa delle controversie per le piccole e medie imprese che operano nel bacino del Mediterraneo
Roma. Troppe istituzioni arbitrali nell’area EuroMed ma pochi arbitrati; e nessuna regola comune per la mediazione.
Sono questi i principali limiti all’espansione delle Adr nell’area del Mediteranneo presso le piccole e medie imprese, che proprio da questi sistemi potrebbero trarre il maggior vantaggio in termini di sicurezza degli affari. I limiti, ma anche le proposte concrete per superarli, sono stati al centro della tavola rotonda “Pmi e Adr” coordinata dal Cnf nell’ambito della Terza Conferenza dei giuristi del Mediterraneo che si sta svolgendo in questi giorni a Roma (dal 7 al 9 giugno, presso l’hotel Vittorio Veneto). “In questi giorni il rapporto Doing Business 2010 della Banca Mondiale degli Investimenti ha segnalato che tutti i paesi dell’area EuroMed si collocano in posizione centrale nelle statistiche che misurano la capacità di ciascun paese di assicurare la tutela del credito e di favorire la conclusione di contratti. Come poi segnala l’Ice, il 70% delle pmi ricorrono all’arbitrato. Questi dati ci confortano sulla necessità di approfondire il confronto su questi temi”, ha riferito Guido Alpa presidente Cnf aprendo i lavori.
Ma le questioni aperte sono ancora tante. Da Giorgio Schiavoni, presidente dell’Istiutto per la promozione dell’arbitrato e della mediazione nel Mediteranneo, è arrivata la prima provocazione: “Le pmi euromed non hanno un luogo di giustizia privata terza rispetto alle parti, tranne per certi aspetti il CCI che però è oneroso e distante. Così per esse non vale il principio del fair process. Occorre far crescere le istituzioni che operano bene nel Mediterraneo, come le camere arbitrali di Algeria, Marocco, Tunisia e Egitto, che tuttavia dovrebbe avvicinarsi su quattro punti fondamentali: indipendenza degli arbitri, tempi, costi e qualità dei funzionari. L’Istituto sta promuovendo con questi quattro paesi un commentario comune nella consapevolezza che l’uniformità dei regolamenti arbitrali è una utopia”. Un’altra occasione di potenziameno è l’Ispramed, il nuovo istituto nato su iniziativa di diversi soci tra cui il Cnf, la Camera di Commercio di Milano, la Confcommercio, la Regione Lombardia, l’Unioncamere. Gabriel Mencarelli, professore all’università di Parigi Sud XI, ha fatto una carrellata sugli scenari possibili in merito alla istituzione della Corte EuroMediterranea di Arbitrato, iniziativa portata avanti dalla Francia dopo il vertice di Parigi del 2008 nell’ambito del progetto Unione del Mediterraneo, a cui aderiscono più di 40 paesi. “Di questa corte si sa veramente poco; per ora è un ectoplasma per i giuristi. Si conoscono gli obiettivi: promuovere gli investimenti nella zone EuroMed e potenziare l’arbitrato. Certo che se emergesse l’idea di accentrare la competenza in un solo ente sarebbe un errore: le pmi hanno bisogno di istituzioni di vicinanza e di regolamenti adeguati per conflitti di media entità”. L’avvocato siriano Ryad Ghali ha dal canto suo rilevato come “nell’incertezza che grava su,l’applicazione dea Convenzione di New York sul riconoscimento ed esecuzione dei lodi arbitrali, non esistono a tutt’oggi meccanismi affidabili e uniformi per il riconoscimento e l’esecuzione di lodi che pronunciano provvedimenti provvisori stranieri”.
Stesse difficoltà incontrano le pmi in fatto di mediazione visto che, come ha rilevato Michel Benichou, presidente della Federazione dei Barreaux di Europa (Fbe), nell’area EuroMed manca una legislazione uniforme. “Eppure la mediazione è un sistema ottimo per le pmi che hanno bisogno di sicurezza, perché non pone problemi di competenza territoriale, né di legge applicabile né di costo visto che sin dal contratto è possibile stabilire il compenso del mediatore”. Due le strade per disciplinarla: pensare a una legislazione come ha fatto la Comunità europea o inserire una clausola di mediazione nel contratto. Benichou ha disegnato i molteplici ruoli dell’avvocato nella mediazione: informativo al cliente circa la possibilità di mediazione; la redazione della clausola contrattuale di mediazione; assistenza al cliente (secondo i dati della Corte di Grenoble su 1000 mediazioni negli ultimi 8 anni, il 70% di esse si è conclusa favorevolmente perché assicurata la presenza del legale); mediatore previa una formazione serie e specifica. “Occorrerebbe censire l’offerta di mediazione nell’Euromed e creare una rete di istituti di mediazione altamente qualificati”. Se ora in Italia dal marzo del 2011 la mediazione è una realtà, come ha spiegato alla platea Chiara Giovannucci Orlandi (Università di Bologna), altre esperienze sono condotte a livello internazionale. Una di queste è il Centro risoluzione dispute degli investitori istituito dal Gafi dal 2009. Il Centro ha finora ricevuto 8 casi e risolto il 60% ma manca ancora “la consapevolezza tra gli azionisti, tra i legali e i revisori dei conti, e manca una legislazione specifica”, ha spiegato Mohamed Maher Abdelwahed direttore generale dell’Investors’ Dispute Settlement Center (Egitto). Maria Cimaglia (Ueapme) ha sottolineato la necessità di aumentare la pubblicità dei sistemi di Adr, che iniziano in verità a farsi concorrenza. Lo ha evidenziato bene Kai_Uwe Karl, avvocato del contenzioso della General Eletric Instruments che ha confrontato il costo medio di un arbitrato di common law (1 milione di dollari) con quello di una conciliazione a affidata a uno dei guru europei (8mila sterline). “La mediazione conviene”, ha concluso. Per Stefano Azzali, segretario generale della Camera arbitrale di Milano, l’esperienza diretta ha evidenziato aspetti positivi e negativi. Tra i primi la tendenza alla crescita della mediazione, la maggiore consapevolezza, la aumentata sensibilità dei giudici; tra i secondi i numeri bassi rispetto ai reali bisogni (in cinque anni 3183 procedimenti) e la dimensione domestica. “Rimangono aree problematiche come l’eccessivo numero di conciliatori rispetto alle conciliazioni, la proliferazione di centri di Adr, l’approccio come misura antideflattiva.
Fonte: www.consiglionazionaleforense.it
A cura dell'Avv. Giuseppe Briganti



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